FUNZIONERAN….NOO!!!!

Ci sono opere pubbliche che nascono per risolvere problemi. E poi ci sono opere politiche che nascono per essere fotografate. I centri italiani in Albania appartengono a questa seconda categoria: monumenti prefabbricati alla propaganda contemporanea, scenografie di frontiera costruite per alimentare l’idea di uno Stato finalmente “duro”, finalmente “temuto”, finalmente “capace di fermare l’invasione”.
Poi arriva la realtà. E la realtà, in politica, presenta sempre il conto.
L’Albania adesso prende le distanze. Lo fa con prudenza diplomatica, senza strappi teatrali, ma il messaggio è chiarissimo: quell’accordo non è destinato a diventare stabile, non rappresenta il futuro europeo di Tirana, e soprattutto non rappresenta una soluzione strutturale al fenomeno migratorio. Tradotto dal linguaggio dei ministeri: grazie, ma non intendiamo portarci dietro per sempre questa operazione italiana.
E così il grande progetto simbolico del governo Meloni rischia di diventare quello che molti avevano previsto sin dall’inizio: un costosissimo esercizio di marketing politico.
I centri di Gjader e Shengjin sono stati raccontati come la svolta epocale. Dovevano dimostrare che l’Italia aveva finalmente trovato la formula magica: migranti fuori dal territorio nazionale, procedure accelerate, espulsioni rapide, deterrenza assoluta. Nei talk show di destra si parlava già del “modello Albania” come di una rivoluzione destinata a essere imitata in Europa.
Peccato che i centri siano rimasti a lungo quasi vuoti. Peccato che i trasferimenti siano stati bloccati dai ricorsi, dai dubbi giuridici, dalle sentenze. Peccato che la macchina propagandistica abbia corso molto più veloce della realtà amministrativa.
Per mesi gli italiani hanno assistito a un paradosso straordinario: enormi spese pubbliche per strutture sostanzialmente inattive, mentre il governo continuava a vendere il progetto come una vittoria storica. Una specie di gigantesco set politico dove il messaggio contava più dell’efficacia.
E intorno a questo teatro balcanico si è sviluppato anche un contorno surreale. Quotidiani e opposizioni hanno raccontato delle missioni delle forze dell’ordine italiane ospitate in alberghi e resort sul mare albanese durante i periodi di inattività operativa dei centri. Una situazione che ha alimentato polemiche feroci: uomini dello Stato inviati all’estero con costi elevati per presidiare strutture semideserte. Immagini difficili da spiegare a un Paese che sente ripetere ogni giorno la parola “sacrifici”.
Il punto non è attaccare i carabinieri o gli agenti, che eseguono ordini e missioni decise altrove. Il punto è la distanza siderale tra la narrazione muscolare del governo e la concretezza dei risultati. Perché la politica contemporanea vive ormai di annunci permanenti. La conferenza stampa vale più del decreto attuativo. Il video su Instagram vale più dell’efficienza amministrativa. La percezione conta più dei fatti.
Giorgia Meloni è probabilmente la leader italiana che meglio ha capito questa trasformazione. Ha costruito la propria forza su una comunicazione semplice, emotiva, identitaria. Ogni tema viene ridotto a una battaglia morale: patrioti contro élite, sicurezza contro caos, popolo contro burocrati. Funziona benissimo sul piano elettorale. Molto meno quando bisogna trasformare gli slogan in strutture funzionanti.
Il progetto Albania nasce esattamente dentro questa logica. Non serviva tanto a gestire i flussi migratori quanto a produrre un simbolo politico esportabile: l’Italia che “fa da sola”, che “difende i confini”, che “non si piega all’Europa”. Ma i problemi complessi non si lasciano addomesticare dai video verticali e dagli slogan da comizio.
Le migrazioni non si fermano con una scenografia di cemento in un Paese straniero. Richiedono accordi internazionali veri, investimenti diplomatici, capacità amministrativa, cooperazione europea. Tutte cose lente, tecniche, poco fotogeniche. Esattamente il contrario della politica-spettacolo.
E infatti oggi il “modello Albania” mostra tutte le sue crepe. Costi enormi. Utilizzo limitato. Contenziosi giuridici continui. Ambiguità legali. E ora anche il raffreddamento albanese, che toglie all’intera operazione persino il suo valore simbolico.
Resta allora una domanda semplice: cosa rimane davvero?
Rimangono immagini. Conferenze stampa. Titoli. Dirette Facebook. Rimane una gigantesca operazione narrativa costruita per convincere gli italiani che esistano soluzioni facili a problemi enormi. È la politica ridotta a fiction permanente: il leader forte, il nemico da respingere, il confine da blindare, il consenso da alimentare giorno dopo giorno.
Ma la realtà amministrativa è ostinata. I numeri non applaudono. Le sentenze non votano. I trattati internazionali non si piegano ai sondaggi.
E soprattutto c’è un dettaglio che la propaganda non riesce mai a cancellare: quando una politica funziona davvero, non ha bisogno di essere urlata ogni giorno.
Il governo Meloni invece continua a raccontare il progetto Albania come un capolavoro strategico proprio mentre la struttura politica dell’accordo vacilla. È questo il segnale più evidente della fragilità dell’intera operazione. Più la realtà si complica, più aumenta il volume della propaganda.
Alla fine, forse, il destino di questi centri sarà quello di molte grandi opere simboliche italiane: diventare monumenti al divario tra la politica raccontata e quella reale. Non strumenti per governare la complessità, ma scenografie costruite per attraversare una stagione elettorale.
E intanto gli italiani pagano il conto.

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