
È tornato il tempo dei cattolici
di Francesco Sannino – Capo Comitato di Liberi e Forti – Popolari Italiani
Ci sono stagioni della storia nelle quali il silenzio pesa più delle parole. E vi sono stagioni, invece, nelle quali una parola pronunciata con misura può riordinare il quadro generale più di cento comizi, mille slogan e diecimila dirette social. La Chiesa cattolica, in questi ultimi anni, ha vissuto entrambe queste fasi.
Il pontificato di Papa Francesco è stato certamente un pontificato mediatico, empatico, globale. Nessuno può negare la forza simbolica di alcuni suoi gesti, né la capacità di parlare alle periferie del mondo. Ma la storia, che è sempre più severa della cronaca, ci consegnerà anche il dato politico e culturale di un lungo immobilismo. Un immobilismo cosmico, oserei dire, nel quale la Chiesa ha spesso rinunciato a essere architrave della civiltà occidentale per limitarsi a essere coscienza morale intermittente di un mondo che, nel frattempo, cambiava pelle.
Mentre l’Occidente perdeva anima, identità e senso del limite, il cattolicesimo politico veniva disperso, atomizzato, quasi vergognoso di sé stesso. I cattolici, invece di essere lievito, sono diventati coriandoli: sparsi ovunque, incidenti da nessuna parte.
Poi è arrivato Leone XIV.
E già dalla scelta del nome si è compreso che qualcosa stava mutando. Perché nella Chiesa i nomi non sono mai ornamentali. Sono programmi. Sono visioni. Sono persino avvertimenti.
Leone XIII parlò al mondo nel pieno della rivoluzione industriale con la Rerum Novarum. Oggi Leone XIV parla al mondo nel pieno della rivoluzione tecnologica con la Magnifica Humanitas. Non è una coincidenza; è una linea storica.
Tappa dopo tappa, questo pontificato sta rimettendo al centro ciò che sembrava smarrito: la persona umana, il bene comune, il ruolo pubblico dei cattolici, il primato della politica sulla tecnica e della coscienza sull’algoritmo.
La Magnifica Humanitas è molto più di un’enciclica sull’intelligenza artificiale. Sarebbe riduttivo definirla così. È, in realtà, un’enciclica sull’uomo contemporaneo. Un uomo che rischia di essere amministrato anziché guidato, profilato anziché compreso, consumato anziché elevato.
Leone XIV coglie un punto decisivo: la tecnica non è neutra. Non lo è mai stata. Dietro ogni piattaforma, dietro ogni algoritmo, dietro ogni gigantesca concentrazione economica, esiste sempre una visione dell’uomo. Ed è qui che la Chiesa torna a esercitare il suo ruolo storico: ricordare che l’uomo non coincide con il mercato, con il desiderio né con il dato statistico.
In questa enciclica ritroviamo la solidità sociale di Leone XIII, l’antropologia di Giovanni Paolo II, la profondità intellettuale di Benedetto XVI e alcune intuizioni sociali di Francesco finalmente ricondotte dentro una struttura dottrinale chiara.
Ma vi è un altro elemento che non può essere ignorato.
Leone XIV, senza proclami, sta dicendo ai cattolici che è finita la stagione dell’irrilevanza pubblica. E questo riguarda soprattutto noi italiani.
Per troppi anni il mondo cattolico ha vissuto di rendita morale mentre veniva scientificamente smontato il suo peso politico. Si è detto che i cattolici dovessero “spalmarsi” nei diversi partiti, influenzarli dall’interno, contaminare culturalmente gli schieramenti.
Era il progetto del Cardinale Ruini.
Bisogna avere l’onestà intellettuale di dirlo: quel progetto è fallito. Ed è fallito perché ha prodotto una diaspora senza incidenza. I cattolici sono entrati ovunque, ma non hanno contato quasi più nulla. Hanno prestato voti, classi dirigenti e credibilità a contenitori politici che, una volta ottenuto il consenso, hanno spesso archiviato la cultura cattolica come un residuo folkloristico.
La verità è che la dissoluzione della Democrazia Cristiana non fu soltanto la fine di un partito; fu la fine di una scuola politica, di una cultura di governo, di una concezione della mediazione e della responsabilità.
Eppure sarebbe un errore imperdonabile rifugiarsi nella nostalgia. La storia non torna indietro. Non serve riesumare simboli, ma ritrovare funzioni storiche.
L’Italia ha bisogno di un nuovo grande contenitore popolare, cattolico, liberale e sociale, capace di parlare al ceto medio impoverito, ai giovani senza rappresentanza, al mondo produttivo, ai moderati smarriti e a quel vastissimo popolo che non si riconosce più né nei populismi urlati né nei progressismi senz’anima.
Noi di Liberi e Forti – Popolari Italiani vogliamo essere promotori di questo processo. Non proprietari, ma promotori. Perché le stagioni costituenti richiedono generosità, non vanità.
Ed è per questo che rivolgiamo un appello chiaro a Matteo Renzi.
Renzi ha commesso errori, come tutti coloro che hanno avuto il coraggio di governare. Ma resta una delle poche figure capaci di comprendere la necessità di uno spazio politico centrale, riformista, popolare ed europeista. Oggi serve qualcuno che federi queste energie disperse: cattolici democratici, popolari, liberali sociali, amministratori civici, mondi produttivi e riformisti non ideologici.
Non per ricostruire la DC. La DC appartiene alla storia e la storia non si fotocopia.
Serve piuttosto costruire qualcosa che assomigli, per cultura politica e funzione nazionale, alla CDU tedesca: una forza seria, popolare, pragmatica, occidentale, radicata nella tradizione ma capace di governare la modernità.
Il tempo che abbiamo davanti sarà difficile. La rivoluzione tecnologica cambierà il lavoro, la democrazia, la formazione delle coscienze e perfino l’idea stessa di umanità. In questo scenario i cattolici non possono limitarsi a organizzare convegni o custodire memorie.
Devono tornare a essere classe dirigente.
Perché, come ci ricorda Leone XIV, il bene comune non è un concetto astratto, ma il criterio concreto con cui si giudica una civiltà.
Ed è esattamente questo il compito che abbiamo davanti: tornare a fare contare le cose che contano.