NON SI PUÒ SERVIRE DIO E MAMMONA

Editoriale di Francesco Sannino

C’è una categoria che in politica merita sempre diffidenza. È quella dei professionisti della virtù. Non di chi cerca di essere coerente, ma di chi si autoproclama custode della morale, distribuisce patenti di cattolicesimo e trasforma il Vangelo in un programma elettorale.

Mario Adinolfi appartiene a questa categoria.

Da anni si presenta come il difensore ultimo della civiltà cristiana, della famiglia, della vita, dei valori non negoziabili. Un’immagine costruita con sapienza comunicativa, nella quale il crocifisso diventa scenografia, il rosario argomento politico e il Vangelo un repertorio di slogan.

Peccato che la storia personale e politica racconti qualcosa di più complesso.

La Chiesa cattolica insegna da duemila anni che il matrimonio sacramentale è indissolubile. È una dottrina che non dipende dai sondaggi né dalle simpatie politiche. Eppure chi oggi impartisce lezioni di ortodossia è un uomo divorziato e risposato civilmente. Non è un peccato essere fragili. Siamo tutti peccatori. Ma c’è una differenza enorme tra chi riconosce la propria fragilità e chi pretende di trasformarsi nel giudice degli altri.

Il cristianesimo non è il club dei perfetti.

È la casa dei peccatori pentiti.

Ed è proprio il pentimento che distingue Pietro da Giuda, sant’Agostino dal libertino qualsiasi. Nella tradizione cristiana nessuno viene escluso perché ha sbagliato. Ma nessuno può costruire la propria autorevolezza morale facendo finta che certi passaggi della propria storia non esistano.

C’è poi un’altra memoria che qualcuno vorrebbe cancellare.

Prima di diventare il tribuno del conservatorismo cattolico, Adinolfi espresse posizioni assai più aperte sul riconoscimento delle coppie omosessuali. La politica consente di cambiare idea. Anzi, talvolta lo impone. Ma quando si cambia davvero, lo si spiega. Si riconosce il percorso compiuto. Si dice: avevo torto.

Invece si preferisce far credere che il passato non sia mai esistito.

Il problema non è cambiare opinione.

Il problema è pretendere di riscrivere la propria biografia.

I grandi cattolici italiani non hanno mai avuto bisogno di proclamarsi campioni della fede.

Don Luigi Sturzo non brandiva il Vangelo contro gli avversari politici.

Alcide De Gasperi uscì da Palazzo Chigi con un patrimonio inferiore a quello con cui vi era entrato.

Aldo Moro parlava poco di sé e moltissimo delle istituzioni.

Tina Anselmi non trasformò mai il cattolicesimo in uno spettacolo televisivo.

Erano credibili proprio perché non sentivano il bisogno di proclamarsi tali.

La differenza tra testimonianza e propaganda sta tutta qui.

Il cristianesimo è una croce da portare.

Non un distintivo da appuntarsi sul bavero.

Poi c’è il Vangelo.

Quello vero.

Quello che non si presta ai comizi.

Gesù non dice: beati quelli che fanno tendenza.

Dice: beati i miti.

Non dice: beati quelli che vincono i talk show.

Dice: beati gli operatori di pace.

Non dice: giudicate.

Dice: non giudicate.

E soprattutto pronuncia una frase che dovrebbe togliere il sonno a ogni politico che invochi il suo nome.

“Non potete servire Dio e mammona.”

È una frase scomoda. Per tutti.

Vale per la sinistra che dimentica gli ultimi.

Vale per la destra che scambia il cristianesimo con un’identità culturale.

Vale anche per chi trasforma la religione in un marchio personale.

Noi non discutiamo la fede di Mario Adinolfi. Quella appartiene alla sua coscienza e al giudizio di Dio.

Discutiamo la sua pretesa di rappresentare il cattolicesimo italiano.

Ed è una pretesa che non convince.

Perché il cattolicesimo popolare non nasce per dividere il mondo tra buoni e cattivi.

Nasce per servire.

Per costruire.

Per mediare.

Per tenere insieme persone diverse.

Per ricordare che la politica è una forma alta di carità e non un palcoscenico.

I democristiani hanno commesso errori enormi. Hanno perso il potere, sono stati travolti dalla storia e spesso hanno deluso il loro popolo.

Ma una cosa l’avevano capita.

Il cristiano non sale sul pulpito della politica per proclamarsi migliore degli altri.

Si mette in fondo alla fila.

Per questo continuiamo a pensare che la tradizione dei popolari, di Sturzo, De Gasperi, Moro e Anselmi non abbia nulla a che vedere con il personalismo urlato, con la religione ridotta a bandiera identitaria e con una politica che confonde la testimonianza con l’autopromozione.

Il Vangelo non chiede influencer.

Chiede servitori.

Ed è su questa differenza che si misura la credibilità di un uomo pubblico, non sul numero di crocifissi mostrati davanti a una telecamera.