CAVO DIMETTITI!

Sicurezza, opposizione e coerenza: ciò che Roma può fare per Genova

C’è un vizio antico della politica italiana. Quando un problema diventa impopolare, si cerca sempre qualcun altro a cui attribuirne la responsabilità. È un esercizio che consente di ottenere titoli, interviste e applausi di parte, ma che raramente produce una soluzione.

La sicurezza è uno di quei temi che non si prestano ai giochi di prestigio. I cittadini non chiedono dichiarazioni. Chiedono risultati. E i risultati arrivano soltanto quando ciascuna istituzione si assume la propria quota di responsabilità.

Negli ultimi giorni il confronto politico genovese si è acceso nuovamente. Da una parte la sindaca Silvia Salis e l’assessora Arianna Viscogliosi; dall’altra l’opposizione guidata da Ilaria Cavo.

Nulla di nuovo. È il normale confronto democratico.

Ma proprio perché si parla di sicurezza, vale la pena fermarsi un momento e osservare il quadro nella sua interezza.

La sicurezza urbana non è materia esclusiva del Comune. Non lo è mai stata. Le forze dell’ordine dipendono dallo Stato. Gli organici vengono decisi a Roma. Le risorse straordinarie vengono stanziate a Roma. Le politiche sull’immigrazione vengono decise a Roma. Le norme penali vengono approvate a Roma. Le procedure di espulsione vengono regolate da Roma.

Palazzo Tursi può fare molto. Ma non può fare tutto.

Ed è qui che il ragionamento politico diventa inevitabile.

Quando una consigliera comunale è contemporaneamente deputata della maggioranza di governo, il suo ruolo non può limitarsi a denunciare ciò che non funziona nel Comune. Ha anche la possibilità — e verrebbe da dire il dovere — di portare le richieste della città direttamente ai tavoli nazionali nei quali si prendono le decisioni.

Per questo appare difficile comprendere una certa impostazione del dibattito.

Se Genova ha bisogno di più sicurezza, perché le richieste vengono rivolte quasi esclusivamente alla sindaca e all’assessora?

Se servono più uomini sul territorio, perché non si sente con la stessa forza una richiesta al Ministero dell’Interno?

Se servono più risorse, perché non si sente con la stessa insistenza una richiesta al Governo?

Se le norme esistenti non bastano, perché non si pretende che sia il Parlamento a intervenire?

Una deputata della maggioranza dispone di strumenti che un’amministrazione comunale semplicemente non possiede. Può presentare interrogazioni. Può promuovere iniziative legislative. Può dialogare con i ministri. Può esercitare una pressione politica interna alla coalizione che sostiene il Governo.

È qui che la critica politica rivolta a Ilaria Cavo trova il suo fondamento.

Non perché sia illegittimo fare opposizione. Al contrario. L’opposizione è necessaria.

Ma perché l’opposizione, quando coincide con una posizione di maggioranza a livello nazionale, non può trasformarsi in un esercizio a senso unico.

Non si può chiedere tutto al Comune e nulla al Governo.

Non si può parlare continuamente di emergenza sicurezza e poi considerare irrilevante il livello istituzionale che controlla la maggior parte degli strumenti necessari per affrontarla.

In politica la coerenza conta.

E la coerenza impone che le richieste siano rivolte a tutti i livelli di governo coinvolti, non soltanto a quelli che fanno più notizia.

Per questo motivo colpisce il diverso approccio adottato da Raffaella Paita.

Si può essere d’accordo o in disaccordo con le sue posizioni politiche. Fa parte del confronto democratico. Ma è difficile negare che, nel corso degli anni, abbia interpretato il ruolo parlamentare come uno strumento per portare a Roma questioni che riguardano il territorio ligure e genovese.

È esattamente ciò che i cittadini dovrebbero aspettarsi da chi li rappresenta nelle istituzioni nazionali.

Un parlamentare non è soltanto un commentatore privilegiato della cronaca cittadina. È qualcuno che dovrebbe utilizzare il proprio peso istituzionale per ottenere risposte.

Quando si parla di sicurezza, questo significa chiedere più risorse.

Significa chiedere più attenzione.

Significa pretendere risposte dai ministeri.

Significa trasformare la protesta in iniziativa politica.

In altre parole, significa fare il parlamentare.

Da questo punto di vista, Ilaria Cavo avrebbe forse qualcosa da imparare proprio da Raffaella Paita.

Perché il cittadino che vive un problema di sicurezza nel proprio quartiere non è interessato a sapere quale istituzione abbia colpa e quale abbia ragione. Vuole semplicemente che qualcuno risolva il problema.

E chi ha accesso sia alle istituzioni locali sia a quelle nazionali dovrebbe avere una responsabilità ancora maggiore nel cercare soluzioni.

Naturalmente anche la giunta Salis sarà giudicata.

Sarà giudicata per le scelte che compirà.

Sarà giudicata per i risultati che riuscirà a ottenere.

Sarà giudicata per la capacità di migliorare la qualità della vita nei quartieri.

Questo è il destino di ogni amministrazione.

Ma lo stesso criterio dovrebbe valere per chi oggi siede all’opposizione.

Perché il consenso non è una rendita perpetua.

Ogni stagione politica ha una fine.

Ogni incarico è temporaneo.

Ogni elezione è una verifica.

Ed è qui che si arriva al punto finale.

Il Consiglio comunale di Genova non è una tribuna televisiva.

Non è un talk show.

Non è un palcoscenico sul quale accumulare visibilità personale.

E soprattutto non è Primocanale.

Non è il luogo dove si costruisce una candidatura attraverso la presenza costante sotto i riflettori, nella speranza che l’esposizione mediatica si trasformi automaticamente in consenso elettorale.

Il Consiglio comunale è una cosa molto più seria.

È il luogo nel quale si affrontano i problemi concreti di una città complessa.

È il luogo nel quale maggioranza e opposizione dovrebbero confrontarsi per trovare soluzioni.

È il luogo nel quale conta ciò che si ottiene per i cittadini, non il numero di telecamere presenti.

Fra cinque anni i genovesi tireranno le somme.

Valuteranno il lavoro della sindaca Salis.

Valuteranno il lavoro dell’assessora Viscogliosi.

Valuteranno il lavoro dell’opposizione.

E valuteranno anche la capacità di chi siede in Parlamento di portare risultati da Roma a Genova.

Perché alla fine la politica si riduce sempre a una domanda molto semplice: cosa hai fatto per la tua città?

Tutto il resto — polemiche, slogan, dichiarazioni e passerelle mediatiche — dura il tempo di un titolo. I risultati, invece, restano. E sono gli unici che i cittadini ricordano davvero.

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