Serve un papa italiano!

Nelle stagioni confuse, i partiti italiani fanno sempre la stessa cosa: cercano un notaio e finiscono per eleggere un curatore fallimentare. È accaduto mille volte nella storia della Repubblica. Quando la politica perde coraggio, si mette a cercare il tecnico, il federatore, il mediatore, il custode delle macerie. E intanto il Paese, che pure avrebbe bisogno di una guida, resta fermo a guardare il traffico delle correnti.

Oggi il centrosinistra sembra entrato esattamente in quella fase lì: la fase delle riunioni interminabili, dei tavoli, delle sintesi, delle “figure condivise”. Tradotto dal politichese: non hanno idea di chi possa battere Giorgia Meloni.

E infatti il dibattito si è ridotto a una domanda quasi clericale: chi sarà il prossimo candidato premier? Non il più bravo. Non il più capace. Non il più preparato. Ma il meno divisivo. Come se le elezioni si vincessero per sottrazione. Come se Churchill fosse stato scelto perché metteva tutti d’accordo al tè delle cinque.

Il problema è che Giorgia Meloni non si batte con un’assemblea condominiale. Si batte con un politico vero.

Per questo, nel silenzio imbarazzato di una sinistra che finge di non vedere, il nome che continua a tornare è sempre lo stesso: Matteo Renzi.

Lo so: solo a pronunciarlo, nel Pd, c’è ancora chi si fa il segno della croce. Renzi è stato odiato con un accanimento che la politica italiana riserva soltanto a chi ha davvero tentato di cambiare qualcosa. Gli hanno perdonato tutto, in questi anni: ai populisti le giravolte, ai massimalisti le sconfitte, ai grillini perfino l’incompetenza elevata a sistema. Ma non hanno mai perdonato a Renzi una colpa imperdonabile: aver vinto.

Perché Renzi, “temporibus illis”, parlava a quell’Italia moderata, produttiva, riformista, liberale senza essere salottiera. Un pezzo di Paese che non voleva né il populismo rabbioso né la sinistra testimoniale. E infatti prese il 40 per cento alle Europee. Non quarant’anni fa: ieri mattina, politicamente parlando.

Oggi quell’elettorato è orfano. Alcuni sono finiti nell’astensione. Altri votano Meloni più per disperazione che per convinzione. Altri ancora si aggrappano all’ultima figurina civica disponibile, sperando che dal cilindro esca il nuovo Macron italiano. Ma la verità è che nessuno, nel campo progressista, ha più saputo rappresentare insieme pragmatismo, esperienza di governo e vocazione maggioritaria.

Elly Schlein parla a una sinistra urbana, ideologica, movimentista. È una leadership identitaria, non nazionale. Può entusiasmare una parte militante, ma fatica a convincere il piccolo imprenditore di Brescia, il professionista di Bologna, il ceto medio impaurito dall’inflazione e dalle tasse. E senza quel voto lì, in Italia, non si governa.

Giuseppe Conte, invece, è il campione della politica gassosa: cambia forma a seconda del recipiente. Avvocato del popolo, europeista, populista, pacifista, draghiano, anti-draghiano. Ha trasformato l’ambiguità in una tecnica di sopravvivenza. Ma difficilmente un Paese sceglie di affidare il proprio futuro a chi passa il tempo a galleggiare sul presente.

Così il centrosinistra si ritrova prigioniero di due minoranze: quella radicale e quella populista. Nessuna delle due basta per vincere.

Ed ecco perché, sottovoce, ricomincia a circolare l’idea di un ritorno al centro. Non il centro geometrico delle alchimie parlamentari, ma il centro politico del Paese reale. Quello che lavora, produce, paga le tasse e vorrebbe semplicemente uno Stato meno ideologico e più efficiente.

In questo quadro si inserisce anche il nome di Silvia Salis. Giovane, amministrativa, con un profilo civico e moderato, Salis potrebbe tentare la carta delle primarie come rappresentante di quell’area riformista che un tempo trovava casa nel renzismo. Sarebbe il segnale di una nostalgia politica che nel Pd fingono di non vedere ma che esiste eccome: la nostalgia per una sinistra capace di parlare alle imprese senza vergognarsene, di fare riforme senza chiedere scusa, di governare senza trasformare ogni decisione in un seminario di sociologia.

Ma proprio qui sta il punto. Se davvero il centrosinistra vuole tornare competitivo, deve decidere cosa vuole essere: una comunità terapeutica o una coalizione di governo.

Perché le elezioni del 2027 non si vinceranno sui social, nei cortei o nei festival delle buone intenzioni. Si vinceranno sulla credibilità. E da questo punto di vista, piaccia o no, Matteo Renzi resta l’unico leader dell’opposizione che abbia già dimostrato di saper governare, decidere, trattare in Europa e parlare un linguaggio comprensibile anche fuori dalla Ztl politica romana.

Naturalmente Renzi porta con sé limiti, errori, antipatie sedimentate. Ma la politica adulta non consiste nello scegliere i santi. Consiste nello scegliere chi può vincere.

E qui torniamo al titolo: serve un papa italiano.

La Chiesa, nei momenti difficili, spesso sceglie un pontefice straniero per rompere gli equilibri interni. Ma quando la situazione si fa davvero delicata, torna sempre a Roma. Perché alla fine serve qualcuno che conosca i corridoi, i vizi, le trappole e perfino il latino dei cardinali.

Anche il centrosinistra, oggi, sembra in conclave permanente. E continua a cercare il candidato perfetto fuori dalla realtà. Il federatore gentile. Il civil servant. Il volto nuovo che non disturbi nessuno.

Ma nel frattempo Giorgia Meloni governa, occupa spazio, costruisce consenso.

E forse l’unico errore davvero imperdonabile sarebbe continuare a scambiare la purezza con la vittoria.

Una risposta a “Serve un papa italiano”

  1. Avatar Francesco Sannino
    Francesco Sannino

    Concordo pienamente, ci vuole un nuovo governo Renzi e una nuova margherita che lo sostenga!

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