C’è del fascismo nell’antifascismo!

C’è del fascismo nell’antifascismo!
C’era una volta il 25 aprile. Non era perfetto, non era neutro, non era neppure sempre sereno. Ma era largo. Largamente condiviso, largamente discusso, largamente abitato. Era, soprattutto, un giorno in cui la libertà — parola logora a furia di essere evocata — smetteva per un momento di essere un concetto astratto e tornava a essere un’esperienza concreta: stare insieme senza chiedere il permesso.
Oggi il permesso sembra tornato di moda.
A Bologna , un uomo di più di ottant’anni si presenta a un corteo con tre bandiere: italiana, europea e ucraina. Non guida una fazione, non cerca lo scontro. Porta un segno, uno qualunque tra i tanti che popolano le piazze. Eppure quel segno non è gradito. Gli si chiede di toglierlo, poi di andarsene. La libertà, evidentemente, ha un regolamento interno.
A Milano , la scena si fa più aspra. I membri della Brigata Ebraica — che con la storia della Liberazione hanno un rapporto meno teorico di molti altri — vengono contestati. Non basta: qualcuno pensa bene di riesumare un insulto che dovrebbe restare sepolto sotto tonnellate di vergogna. “Siete saponette mancate”. Non è una frase, è un relitto tossico del Novecento. Non è politica, è qualcosa di peggio: è ignoranza che si crede coscienza.
Poi c’è , città che dell’antifascismo ha fatto non una parola d’ordine, ma una biografia collettiva. Medaglia d’oro della Resistenza, porto di storie e di memorie, Genova dovrebbe essere il luogo in cui certe derive si fermano da sole, per rispetto della propria storia. E invece anche lì il clima si è ristretto. Meno memoria, più appartenenza. Più etichette, meno sostanza.
Quando il presidente della Regione, Marco Bucci , prova a mantenere un profilo istituzionale — che dovrebbe essere la normalità, non l’eccezione — viene subito incasellato. Se non ripeti il catechismo, sei sospetto. Se cerchi di tenere insieme, sei accusato di dividere. È il paradosso di un tempo che ha trasformato anche l’antifascismo in una specie di identità amministrata, con i suoi confini, i suoi controllori, i suoi esclusi.
Il copione, a ben vedere, è sempre lo stesso. Si stabilisce chi può stare in piazza e chi no. Chi può esibire un simbolo e chi deve nasconderlo. Chi è “dentro” e chi è “fuori”. Non servono camicie nere per riconoscere una dinamica del genere: basta un minimo di onestà intellettuale.
Naturalmente, le differenze storiche restano enormi. Nessuno serio confonderebbe questi episodi con ciò che fu davvero il fascismo. Ma proprio per questo il punto diventa più sottile — e, se possibile, più importante. Perché qui non si tratta di equiparare, ma di riconoscere una deriva. I metodi, non i regimi. I riflessi, non le ideologie.
L’antifascismo, quando nasce, è un gesto di apertura: contro la violenza, contro l’imposizione, contro l’idea che qualcuno possa decidere per tutti. È, in sostanza, una cultura della libertà. Ma come tutte le culture, può degenerare. Può irrigidirsi, può chiudersi, può trasformarsi in ciò che combatteva. Non subito, non completamente — ma abbastanza da somigliargli nei comportamenti.
È qui che nasce la sensazione, scomoda ma difficile da ignorare, che ci sia “del fascismo nell’antifascismo”. Non nei principi dichiarati, ma nelle pratiche quotidiane. Nel modo in cui si gestisce il dissenso. Nel modo in cui si reagisce a ciò che disturba. Nel modo in cui si stabilisce chi ha diritto di parola.
Una piazza che celebra la libertà dovrebbe essere capace di sopportare anche ciò che non le piace. Dovrebbe accettare la presenza di simboli diversi, perfino contrastanti. Dovrebbe, in altre parole, essere coerente con ciò che dice di rappresentare. Quando invece diventa selettiva, quando filtra, quando espelle, smette di essere un luogo di libertà e diventa un luogo di controllo.
E il controllo, si sa, ha sempre una giustificazione nobile. Si fa per proteggere, per evitare provocazioni, per mantenere la purezza del messaggio. Ma è proprio così che comincia ogni restringimento: con una buona ragione.
Il punto non è l’Ucraina, né Israele, né qualunque altra bandiera. Il punto è se una manifestazione nata per ricordare la fine di una dittatura sia ancora capace di tollerare la pluralità. Se riesca ancora a distinguere tra dissenso e nemico. Se abbia ancora la forza di essere, prima di tutto, uno spazio aperto.
Il 25 aprile non è un marchio, non è una proprietà, non è una rendita. È una responsabilità. E come tutte le responsabilità, pesa. Pesa soprattutto quando costringe a essere coerenti. Quando impone di applicare a sé stessi i principi che si rivendicano per gli altri.
Per questo gli episodi di Bologna, Milano e Genova non possono essere archiviati come semplici incidenti. Sono segnali. Non del ritorno del fascismo — parola che andrebbe maneggiata con più cautela — ma di qualcosa di più sottile: la tentazione di restringere la libertà in nome della libertà stessa.
È una tentazione antica. E, come tutte le tentazioni, ha bisogno di essere riconosciuta per essere evitata.
Altrimenti resta una domanda, che nessun corteo può zittire: se per difendere la libertà cominciamo a limitarla, se per combattere l’intolleranza diventiamo intolleranti, se per celebrare la liberazione finiamo per escludere — che cosa stiamo davvero difendendo?
E, soprattutto: siamo ancora così sicuri di stare dalla parte giusta, o stiamo semplicemente ripetendo, in forma diversa, un errore già visto?

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